Tuesday, December 16, 2008

Fennesz – Black Sea


Fennesz – Black Sea (2008)


Un’ideale espansione della musica che fuoriesce dall’elemento elettronico e digitale per prendere forma e poesia. Questo è il risultato del nuovo lavoro dell’austriaco Christian Fennesz, summa dell’emancipazione dall’algida sperimentazione per approdare alla melodia. Il suono fluttua fluido e scuro, riverberi ed agglutinazioni acustiche si spandono lungo tutti gli otto brani, in un impercettibile equilibrio instabile tra sperimentazione ed appagamento sensoriale.


Il disco si muove attraverso la dilatazione dello spazio, che porta a continue ascesi e successive ricadute sulla terra zuppa e rilucente. La consistenza dell’ascolto è del tutto onirica e visionaria. A volte si muove come un veliero dentro una bottiglia di vetro (Grey scale). Altre volte assomiglia a fili formati da gocce di pioggia vetrificate e mosse dal vento (Glass celling). La title track invece si dipana soave dopo un intro di glitch: nervosi errori digitali che sono la catarsi del superamento del genere, che rischiava di cristallizzarsi su se stesso. Nel mezzo vi sono le dilatazioni atmosferiche ed ambientali ora dense e psichedeliche di The color of three, ora più soffuse ed eteree di Glide. Vacuum e Perfume for winter sono bozzetti smerigliati, pezzetti di tempo viaggianti in entrambi i sensi dell’universo. Infine Saffron revolution chiude il disco e ne racchiude l’estetica.


Come al solito, si viaggia ad occhi spalancati nell’oscurità delle forme concettuali, si stravolge il senso di chi, o cosa, produce il suono, e di chi, o cosa, lo accoglie. L’ambiente circostante l’ascolto diventa anch’esso produzione del suono. Le chitarre acustiche ed elettriche suonate da Fennensz cesellano i riverberi reiterati che scaturiscono dall’utilizzo del processing. Ne risulta un viaggio ininterrotto e slegato dal corpo, eppure assolutamente materico. La musica è in gran parte frutto del computer ma è al contempo miracolosamente naturale, quasi ancestrale, come alle scaturigini del suono.


Dopo svariati ascolti il disco non perde nulla dell’incanto iniziale. Si conferma come una delle più importanti uscite degli ultimi anni, del genere e non solo. Un disco che evidenzia il lato velato e melanconico del suo lavoro, quasi alla fine d’un viaggio che riproduce il binario morto vinto dal ghiaccio del paesaggio in copertina. Sicuramente il punto d’arrivo di tutto un movimento. Adesso se ne aspetta la reincarnazione sotto nuove forme.

Wednesday, October 22, 2008

Zé Ramalho e Lula Côrtes – Paêbirú


Zé Ramalho e Lula Côrtes – Paêbirú (1975)


Finalmente, ad opera della Mr. Bongo, rivede la luce un misconosciuto album di psichedelica brasiliana, per troppi anni condannato all’oblio dai master originali andati perduti in un incendio nel 1974.


Un classico alternativo dedicato ai quattro elementi della natura (terra, ar, água e fogo). Paêbirú è un disco di un periodo magico della musica della sua terra, che sembra avvicinarsi ai lavori del primo Veloso, con le chitarre fuzz dei Fresh Maggot, i raga degli Oriental Sunshine, il tribalismo ancestrale e lisergico di Bruce Palmer, il folk stralunato di Roy Harper, l’arsura desertica di Shawn Phillips e molto altro. Sì, altro, perché dentro ci sono anche il jazz, la samba e l’ellenismo.


Originariamente in doppio vinile, il disco inizia con la sequenza di Terra. Un basso pulsante e un sax. Tribalismo visionario intramezzato da uno spirito free e goliardico. Un flauto dionisiaco accarezza la pelle in Bailado das muscairas. Non mancano i riferimenti a funghi allucinogeni, e lenti e liquidi, lisergici intermezzi acustici. Come s’avvertono i collegamenti con i conterranei Os Mutantes , evidenti in Nas paredes de petra encantada., un botto psichedelico attorcigliato da voci, basso, batteria e organo a rincorrersi. Ma in tutto il lavoro trasuda un continuum con la natura. Attraverso le aperture melodiche ariose che scoprono il massimo d’orizzonte. Gli intarsi e i fraseggi acustici che scompigliano i capelli, insieme ai soffi ed i rumori della terra, come in Harpa dos ares. E quelle meravigliose voci, che cesellano lo scenario primordiale e terragno.


Rimane un lavoro accarezzato dall’ispirazione primordiale, e forse irripetibile. L’insieme evidenzia un disco d’una purezza diamantina. Ambrosia dell’anima.

Saturday, September 06, 2008

Arborea - s/t


Arborea – s/t (2008)


Il disco in questione è il loro secondo, frutto d’un letargo invernale isolati dal mondo a produrre musica per l’oggi. Il risultato è veramente incredibile, quasi senza tempo, in bilico tra tradizione e nuove vie. Gli Arborea sono un duo, una coppia artistica e non solo. E l’album è il frutto di questa unione, ne parla, la racconta. Ne disegna dolcezza e sensualità, smarrimento e complicità. Buck & Shanti Curran si lasciano e si ritrovano in questa musica. Lei racconta d’aver scritto il primo brano nell’attesa del ritorno di lui: una mattina svegliandosi l’ha cercato e non trovandolo ha cantato all’interno del suo banjo l’assenza, e Forewarned ne è lo straniante risultato.


S’avverte la natura attraverso l’Appalachian banjo di lei, o la chitarra, elettrica, acustica e slide, di lui, poi il violino, l’elegiaco cello di Helena Espevall (Espers, Fursaxa, eccetera) in un paio di brani; pochi strumenti, soffi della terra, piccoli spostamenti. Immagini di luoghi dove di notte falene bianche di carta sbattono su vetrine di negozi abbandonati, mentre di giorno le foglie in terra corrono impazzite dorate da squarci di sole.


Quasi sempre è la voce di lei a far risplendere i brani, o a scarnificarli. Mentre in Dark horses è la voce di lui ad accompagnare le poche e spettrali note di banjo. Poi gli altri brani. Gli archi struggenti di Red bird. Le strumentali e cinematiche Ides of march, Leaves among the ruins e la conclusiva Plaints of Macedonia, sospesa a mezz’aria. Ci sono equilibrio e profondità in questo disco, uniti da una personalità definitivamente sbocciata.


Dopo un debutto decisamente nostalgico, questo è un disco in eterna contemplazione delle stagioni che si susseguono. Fresco, ventoso e pungente. Uno dei migliori prodotti di new folk screziato di psichedelia.

Sunday, August 17, 2008

She & Him- Volume one


She & Him – Volume one (2008)


Zooey Deschanel è una giovane attrice che interpreterà il ruolo di Janis Joplin in un film a lei dedicato. Fin qui nulla di strano. Certo, qualcuno potrà obiettare che la Deschanel è un po’ troppo carina e ricercata per rappresentare l’incurante genio deviato di Janis, immagine stazzonata e alcolica di donna. Ma tutto questo ci porta fuori strada.


Succede che un discreto chitarrista e produttore che risponde al nome di M. Ward incontri la bella Zooey durante le registrazioni di una colonna sonora, e succede che ne colga la bravura, che poi si dimostrerà non essere solo vocale ma anche compositiva. Difatti le dieci canzoni originali contenute in questo disco d’esordio, che si aggiungo alle due cover, sono tra le cose migliori del pop dell’oggi, e non solo. Brani incantevoli e solari, dolci e intensi.


La voce è un incanto, ed impreziosisce il tutto. Anche i brani dal sapore più amarognolo, da bianchi o donne dell’Ovest più polveroso, come la melanconica country and western style di Change is hard, sono assolutamente nelle sue corde. Nulla suona artefatto o mainstream. Ogni anello di questa catena musicale variegata è indissolubile, necessario e veritiero.


Lei suona discretamente il piano, e lo si avverte in canzoni da musical d’altri tempi come I thought i saw your face, dal ritornello contagioso e fischiettante, o in Take it back, struggente ed evocativa. Invece il doo-wop di I was made for you riporta di colpo alle migliori produzioni di Phil Spector. Come Got me e Black hole sono puro cantautorato femminile anni ’70. Le due cover risultano una rallentata e sulfurea rilettura d’un classico di Smockey Robinson, You really got a hold on me, e una versione hawaiana d’un classico dei Beatles, I should have knovn better. Il disco si chiude con Sweet darling e si spalanca l’orizzonte solare e ventoso del sunshine pop.


Non vi stupisca il vederlo inserito tra i migliori esordi dell’anno, credo non ci sia nessun dubbio.


Tuesday, July 08, 2008

Kevin Drumm - Imperial distortion


Kevin Drumm – Imperial distortion (2008)

L’eclettismo sfuggente di Kevin Drumm lo porta spesso ad essere difficilmente etichettabile, non ascrivibile ad un genere o movimento. Sperimentatore dei suoni dagli anni novanta, Drumm ha attraversato diversi campi musicali che vanno dall’elettronica alla distorsione fino al noise, attraverso l’uso di chitarre filtrate e percussioni liquide, o progetti solo al computer. Con la costante di una ricorrente assenza di note, che non si fanno rimpiangere.

Questo nuovo lavoro invece è di matrice prettamente ambientale. Un doppio cd di soli sei brani d’un minimalismo che rasenta il silenzio. I pezzi sono lunghi e dilatati, il respiro è quieto ma intenso, una presenza quasi muta che si fa assordante. L’ascolto si rileva spesso ipnotico, assecondato da cavalcate di drones spettrali.

Il primo brano, Gullain-Barre, è un mantra ventoso di campane sintetiche. Quasi diciotto minuti per un viaggio della conoscenza di sé. Un suono che sembra nato col mondo, eterno, apocalittico. Anche il pezzo successivo, More blood and guts, racconta del vento che s’incanala nei crepacci dell’anima e violenta lo spirito fino ad aumentare i lividi dei ricordi: sembra quasi d’ascoltare il suono dell’universo che riverbera da sempre. Il primo disco si chiude con Snow, che continua a ronzare leggeri drones stranianti, quasi cimiteriali. Così prosegue anche sul secondo, che riprende il discorso con un altro Snow, ora meno spaventevole e più pacificante. Difatti anche il successivo Romantic sores è un brano d’un romantico sussurro devozionale, quasi melodico. Mentre We all get it in the end spezza la sua cupezza con uno scarto finale che chiude il disco e riporta coi piedi per terra, rumorosamente.

L’artista di Chicago ha sfornato un’opera monumentale, che sembra scavare dentro fino all’essenza delle cose. Un lavoro profondo ed immoto come l’estate che lo accoglie .

Saturday, May 31, 2008

The Ruby Suns - Sea lion


The Ruby Suns – Sea lion (2008)


Seminascosto dietro brume eteree, fumose e svolazzanti d’un pop sgangherato e geniale questo eclettico californiano si concede un viaggio chiassoso e dissimile in giro per un universo sonoro itinerante. Clangori di oggetti da tavole stazzonate e consumate durante feste alcoliche e giocose, imbrattano linee melodiche ricercate in un disco inventivo e sorprendente. Ricolmo di echi e riverberi persi nel tempo, che si ritrovano in uno sfaccettato calderone multicolore. Con un uso delle voci e dei cori vorticoso e contagioso.


La creatività funambolica e percussiva d’un brano come Kenya dig it? dispiega bellezza e gioia. Mentre in Adventure tour si viaggia a mezz’aria senza controllo. Ed il gioco sarebbe facilmente ascrivibile ai padri putativi del pop orchestrale e corale come i Beach Boys, come certe aperture potrebbero ricordare i Mercury Rev, se non fosse per una forte personalità ed una chiarezza di idee stupefacente, che rende il progetto di Ryan McPhun unico e riconoscibile, attuale e legato a filo doppio con la storia. Senza zavorre, libero di osare.


Ma il disco non è tutto qua, dentro c’è molto di più. C’è il sole californiano accecante, l’Africa inzuppata da nubi rinfrescanti, vecchi monasteri tailandesi, musica keniota, trame psichedeliche che s’insinuano timidamente dentro una traccia come There are birds, o una Tane mahuta quasi interamente cantata in Maori, a ricordare il loro amore per la cultura neozelandese. Ci sono canzoni come Remember che cullano tra fiati e riverberi pacificanti, trasognate e suadenti. C’è il banjo tex-mex, desertico e accorato che contrappunta la corale Oh mojave. Fino ad arrivare alla positività vibrante e reiterata di Morning sun, che vira dance e marziale, mercuriale. La tavolozza dei suoni e dei colori usata da Ryan McPhun è universale, con incastri sonori ed armonie intossicanti, ma tutto parte e si snoda da un seminterrato di casa sua mentre rifugge dai suoni hardcore delle band che lo circondano.


Ne esce fuori un lavoro entusiasmante e creativo, difficilmente etichettabile e sfuggente. Un viaggio ad occhi spalancati tra le striature dell’anima.

Friday, April 04, 2008

Portishead - Third


Portishead - Third

Una viscosità nera e spaventevole attraversa l’atteso ritorno del gruppo di Bristol. E appena finito i suoni continuano a ronzarti in testa senza scampo. Ti riverbera in mente l’urlo che dolora di Threads, che spazza via tutto il passato con un soffio pantagruelico e chiosa con clangori elettrici immani e reiterati.


Sono passati quattordici anni da Dummy, da quando nel Regno Unito vedeva la luce il trip hop. Un genere che affondava le proprie radici nell’elettronica e nell’house, ma che veniva rallentato e dilatato, poi affogato nella pece ed acceso da lievi sferzate d’elettricità. Sono passati ma sembra impossibile. La voce di Beth Gibbons appare come riportata in vita dopo un’ibernazione interrotta solo per lo splendido lavoro solistico con Rustin’ Man, Out of season. Le sonorità invece sono ancora più avanti, evolute quasi fino al parossismo. Addirittura in brani come We carry on sembra di tornare indietro ai tempi dei Silver Apples, nell’anticamera dell’elettronica nervosa e ossessiva. Ma poi si viene proiettati nell’immediato futuro, sbalzati in avanti da accelerazioni aliene. Mentre battiti e pulsioni che si sciolgono su chitarre folktroniche poi grattate e raggelanti, accompagnano la voce spettrale della Gibbons in Hunter.


Sfuggevoli glitch e rumorismi vari sono il tappeto dove avanza, incalza lo solita voce incredibile che disegna arabeschi di vapore condensato su vetri opacizzati. Papille gustative lambiscono i sapori primari delle goccioline tiepide che colano giù. E si fa scalo sulla pacificante, dolce, esitante e quasi elegiaca The rip, poco prima di trasvolare dal centro alla fine d’un disco magnifico, oscuro, fosco e tragico.


Non era prevedibile una tale evoluzione stilistica. Infatti all’inizio ci si trova spiazzati, sembra quasi che il disco escluda e si ritorca in se stesso. Ma poi ci si ritrova invischiati all’interno d’un mondo blue elettrico di macchine infernali. Attratti dalle diluizioni psichedeliche sferraglianti su tastiere d’isole industriali desertiche, come quelle che riverberano in Small.


I tratti free di Magic doors ammaliano percussivi, funesti e dolorosi. Mentre il dinamismo cinematico dei vecchi lavori sembra trasmutare per poi sciogliersi dentro pozze ricolme di composti chimici dagli effetti psichici inquietanti.


Si è chiusa da tempo un’era legata ad un movimento foriero di stravolgimenti anticipatori. E se n’è aperta un’altra fatta di ricerca introspettiva e claustrofobica, di spirali d’un’immortale contemporaneità.